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Oggi bambini vi leggo un racconto
su un pittore del milleseicento
che alla vostra età dopo il tramonto
faceva l’alba con il suo talento;
mangiava grazie alla propria carriola
e dopo cena stava su una tela,
se non l’aveva tagliava lenzuola
da illuminare con una candela.
E gli piaceva disegnare i fiori
lo si vedeva entrar nei cimiteri
alla ricerca di nuovi splendori
che a lui non saranno sembrati veri
e si vociferava fosse matto,
sempre davanti a un cavalletto;
dicevan «Ma non sa fare un ritratto,
poi non dovrebbe far fiori un maschietto».
E a vent’anni per tutta un’estate
dipinse tele allora inconsuete
con fiori rari di specie pregiate
su vette dove regnava la quiete
poi fu costretto a lasciare quei posti
e non per colpa di strani imprevisti
ma perché l’arte, si sa, ha dei costi:
si preannunciavano giornate tristi
e triste era portar la carriola
piena di terra, in tasca una mela
avanti e indietro a fare la spola
e che non scappi una lamentela.
E si chiedeva quanto fosse giusto
che il bisogno ammaestrasse ogni gesto
e poi non era abbastanza robusto
per far quel che gli veniva richiesto.
Con le sue opere lungo il ritorno
nel mentre in cui traversava il Santerno
vide un curato e dopo il buongiorno
questi si pose con fare paterno;
chiese al pittore se fosse del posto,
un convenevole come pretesto
per misurar quanto fosse disposto
a conversar senza parer molesto
e il ragazzo si mostrò gentile:
un’impressione fa da credenziale,
era distrutto, cercava un fienile
e un pasto per quanto fosse frugale
e infatti dopo un litigio col gallo
ebbe un giaciglio e durelli di pollo,
nascose opere e piedistallo
e rinfrescò i suoi capi in ammollo.
Nel pomeriggio del giorno seguente
finì il letargo dello scariolante
e il prete all’ospite chiese prudente
di contemplare una tela fra tante:
tante davvero, di certo abbastanza
per dimostrare la propria eccellenza
e al curato mostrò l’eleganza
di un tratto fermo diretto all’essenza.
«Son solo fiori, sai» disse il pastore
«Ma sembran quasi volere arrossire,
di loro hai colto soltanto il candore
e non sopporti vederli appassire».
Il sacerdote era uomo di cuore
e offrì al giovane di che campare
e se un riparo è un immenso favore
c’erano sei biolche da vendemmiare.
Poi il curato domenica a messa
vide arrivare una presenza fissa,
era la cara sorella duchessa:
la mecenate «Sua Grazia Melissa».
E al terminar del canonico rito
mentre la folla scendeva il sagrato
la nobildonna ebbe un dono gradito:
«Riccio di dama» stemma del casato.
Poi la duchessa assieme al pastore
chiesero a un bimbo di andare a chiamare
giù nella vigna il giovane autore:
per chi contava era già da comprare.
Così all’artista furon proposti
tre quotidiani sontuosi pasti;
ducati d’oro via via corrisposti
per ogni affresco di un ciclo di fasti
e il ragazzo pensò al guadagno
che mai avrebbe lasciato alcun segno,
niente più fiori ma un nuovo compagno:
un lusso grigio e senza ritegno.
Lui piantò tutto seduta stante,
via dalla chiesa e quella gente
che nelle arti ricerca il gigante
capace di dar prestigio al niente.
E del pittore rimane il racconto,
gli fu negato pure il camposanto:
ai gran signori non piacque l’affronto
di chi un bel ’No’ disse loro con vanto.
Non c’è ritratto, non si sa il nome,
del suo talento ne fecero strame;
qualcuno, certo, si chiederà come
al compromesso si scelga la fame.